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BENVENUTI IN VENETO, LA TERRA DEI SUICIDI

di CARLO MELINA

Quaranta, forse cinquanta, il censimento è impossibile. Troppe e troppo diverse sono le storie di lavoratori, artigiani e imprenditori che, dall’inizio della crisi, si sono tolti la vita per mancanza di credito, di commesse o per la vergogna di dover licenziare quei dipendenti che, in Veneto e Friuli Venezia Giulia, «il padrone» tiene in conto come fossero dei familiari. Le motivazioni che accompagnano il gesto estremo non sono mai univoche e, spesso, quelle professionali si mescolano ad altre, di tipo personale. La gran parte di questi eventi luttuosi ha tuttavia un denominatore comune: la crisi di un sistema che ostacola in varie forme il lavoro, la realizzazione o il proseguimento della libera impresa.  Decidiamo di aprire l’albo delle vittime il 28 settembre 2008, quando, a Padova, un pubblicitario di 42 anni si impicca dopo aver lasciato un biglietto per i parenti:  «io non sono il tipo che si fa pagare le bollette». Pochi giorni e Corrado Ossana, imprenditore edile di Montegrotto Terme (Padova), prende la Smith&Wesson e si spara; la sua azienda era in crisi. Lo segue un padroncino 36enne di Vigonza (Padova), che si impicca nel suo camion. Così escono i primi articoli sui giornali, contornati dagli slogan rituali di politici locali e rappresentanti delle associazioni di categoria, ma nessuno fa niente di concreto.  Mentre la crisi continua a mordere.

E’ Il 18 maggio 2009; Valter Ongaro, di Lutrano di Fontanelle (Treviso), non ce la fa più. La sua azienda è sull’orlo del baratro, deve licenziare, ma piuttosto di lasciare a casa i suoi «fioi», cioè i suoi figli – così chiamava i dipendenti – si uccide. Intanto, a Castel di Godego, provincia di Treviso, la Simec minaccia di mettere in cassaintegrazione alcuni dipendenti.  Tre giorni dopo Ongaro, Stefano Grollo, 43enne dirigente della stessa azienda, si accovaccia sui binari e lì rimane fino al passaggio del primo treno.

Pochi giorni e a lasciarsi la vita sono tre operai:  un romeno che, incapace di far fronte alle spese per curare la figlia malata, da tempo non percepisce più lo stipendio. Un 40enne di Campodarsego (Padova), che, dopo aver perso il lavoro, si dà fuoco nella sua auto. E ancora un 32enne di Marghera, impiegato in un’industria chimica, da qualche mese senza disoccupato. Chiude l’anno Danilo Gasparini, imprenditore 61enne di Istrana, che si suicida il 7 dicembre con i gas di scarico della sua auto, parcheggiata vicino al cimitero di Postioma (Treviso): lascia un ditta meccanica in crisi. Il peggio arriva nel 2010. La notte di Capodanno Piero Tonin, artigiano, si uccide buttandosi nel canale Piovego, con le mani legate dietro la schiena. Lo seguono Alberto Ottino, gestore di un supermercato a Castelmassa (Rovigo), Giuseppe Nicoletto, 40enne fornaio di Cadoneghe e il vicentino Paolo Trivellin, tirolare della Tri-Intonaci: «il fatto di non riuscire a pagare i dipendenti –spiega la moglie dopo la morte – lo aveva molto turbato». E forse lo ha ucciso.

Nella notte fra l’1 e il 2 marzo 2010 si impicca anche Oriano Vidos, 50enne originario di Umago, ma residente da anni nel padovano: imprenditore edile, stretto dai debiti, viene ricordato dagli amici come «una persona seria, senza grilli per la testa». Passano 24 ore e a Pordenone la fa finita un semplice magazziniere di 46 anni, padre di tre figlie: aveva appena perso il lavoro.L’emergenza non può più essere nascosta e, proprio nel marzo 2010, Comune, Provincia e Camera di Commercio di Padova, con i sindacati confederali e le associazioni di categoria e dei consumatori attivano un piano anticrisi, che prevede l’istituzione di un numero verde antisuicidi.  Dopo un mese chiamano in 239, solo 10 dei quali (fonte Camera di Commercio di Padova) trovano soluzioni immediate. Passano due mesi e il servizio viene disattivato. Secondo l’allora (e oggi) presidente della Camera di Commercio di Padova, Roberto Furlan, «Il numero verde ha completato la propria azione tampone per gestire le situazioni di forte difficoltà imprenditoriale nel momento più acuto».  Eppure la strage continua. Il 14 novembre si suicida Santo Sergio Merlo: nel 1972 aveva fondato un calzaturificio che esportava in tutto il mondo. Il figlio dà la colpa alla crisi e ai cinesi. Il 22 dicembre è la volta di Riccardo Rangan, amministratore della Pura Plastic srl di Spinea (Venezia).Il 2011 inizia bene: l’8 gennaio un padovano, da poco disoccupato, chiama il 133 e annuncia di volersi uccidere. La polizia lo salva poco prima che metta in atto il suo intento. Non sarà l’unico. Sorte diversa tocca a Paolino Lucchin, dipendente di un’azienda di asfaltature e volontario della Protezione civile di Ospedaletto Euganeo (Padova): qualche mese dopo si lascia cadere nelle acque dell’Adige.

Grandissima commozione, sul finire dell’anno, suscita poi la morte di Giancarlo Perin, titolare insieme al fratello della Perin fratelli snc, una delle più note aziende nel settore edile dell’alta padovana: il 18 novembre si impicca nel suo capannone. Passano due settimane e Giovanni Schiavon (nella foto qui di fianco), proprietario di Eurostrade 90 di Peraga (Padova), compie lo stesso gesto: Schiavon vantava crediti inesigibili da aziende per cui aveva lavorato in subappalto. Lo seguono Giusy Samogin, 43enne imprenditrice nel settore della ristorazione e Giovanni Schiavinato, prima dato per disperso, poi ritrovato cadavere dagli uomini del soccorso alpino di Longarone e del 118 di Pieve di Cadore. Imprenditore noto nel montebellunese, Schiavinato aveva fondato la Modes, con sede a Cornuda (Treviso), fallita nel 2005. I familiari non sanno spiegarsi il suo gesto. Colpa della crisi? Senza apparente motivo anche il gesto di Toni Tamiozzo, ultimo nome di una lista che sembra non voler finire mai. 54enne imprenditore edile di Montecchio (Vi), Tamiozzo si è impiccato nel suo capannone il pomeriggio del 31 dicembre. Familiari e dipendendi sono increduli: Tamiozzo aveva sempre pagato gli stipendi con regolarità.



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6 Responses to “BENVENUTI IN VENETO, LA TERRA DEI SUICIDI” Subscribe

  1. luigi bandiera 28 Gennaio 2012 at 11:08 am #

    Ecco una soluzione dei nostri problemi.

    Regalare tutto al comune e poi…

    Altrimenti non ne esci.

    Lo stato italia e’ SOVIETICO… mascherato da tanti slogan e tante belle parole.
    E’ stracolmo di BRIGANTI, MANTENUTI e RAPINATORI.

    Sta scritto: dai fatti li riconoscerete.

    O ci si ribella davvero o SOCCOMBEREMO.

    Veramente stiamo gia’ SOCCOMBENDO..!

    Pero’ ci distraggono col grande fratello e con il calcio; e con tanto gossip.

    Anche con tante promesse, gia’, ma da marinaio.

    Possibile che non ce se ne accorga nessuno che stiamo percorrendo una strada in discesa e che la macchina appunto ha i freni rotti..?

    PISTAAAaaaaaaaaaaaaa…….!!!!!!!!!!!!!

  2. il mio 11 Gennaio 2012 at 1:52 am #

    Tutto cio’ é patetico. Abbiano i coglioni di affrontare la realtà. Il suicidio é una comoda via di fuga, e lo dico sfidando le ire dei familiari. Perché se da un lato rispetto la tragedia umana, e mi stringo attorno ai cari che rimangono (per i quali il peso puo’ farsi DAVVERO insostenibile), non accetto minimamente che uno possa uccidersi PER LAVORO. Siete impazziti tutti, là. Davvero. Sono contento di essere emigrato.
    Come é possibile che uno decida di ammazzarsi perché manca il credito? Ma ci rendiamo conto fino a che punto ci siamo incatenati schiavi al ‘lavoro’? Questa balla dell’ “etica” del lavoro? Ma cosa? Come? CHI? Lavorare deve servire a sostenersi e a vivere. Non si vive per lavorare. Svegliatevi, voi che vi chiamate ‘veneti’. Svegliatevi. Prima che sia troppo tardi. Perché siete sull’orlo del baratro, e non ve ne accorgete.

    • floriano 24 Gennaio 2012 at 11:13 pm #

      CARO ILMIO PROBABILMENTE PER TUA FORTUNA (CREDO TU SIA UN OPERAIO?EMIGRATO),
      QUESTI
      SIGNORI AVEVANO L’IMPEGNO DI DARE LAVORO AI LORO LAVORATORI, CON TUTTE LE SPESE DEL CASO, VEDI CONTRIBUTI, HAI MAI SENTITO PARLARE DEL DURC, IMPOSTO DALL’AMMINISTRAZIONE PUBLICA, ECCO

      E DAL LAVORO DAVANO UN SOSTEGNO ALLE FAMIGLIE DI QUEI OPERAI,

      AVEVANO L’ INFAME OPPRESSIONE DI €QUITAGLIA CON FORME DI STROZZINAGGIO LEGALIZZATO, DA UNO STATO INFAME, A LIVELLI DI USURA,
      CHE IMPEDIVA LORO DI PAGARE I FORNITORI,

      PERCHE’ LA MAGIOR PARTE DELLE COMMESSE ERANO DI CARATTERE PUBBLICO LOCALE E/O STATALE E NON VENIVANO RISSOLUTE NELLA PUNTUALITA’, DOVUTA PER LEGGE.

      PRIMA DI PARLARE DOVRESTI TROVARTI IN QUELLE SITUAZIONI.

  3. Albert 8 Gennaio 2012 at 1:10 pm #

    E ce ne sono molti altri ancora.

    • Leonardo 8 Gennaio 2012 at 1:12 pm #

      Grazie!

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