Please wait

QUATTRO CONCETTI CHIAVE PER UNA SANA RIBELLIONE POLITICA

di ENZO TRENTIN

Le campagne di ribellione politica contro le dittature, compresa quella partitocratica italiota, possono cominciare in molti modi diversi. In passato, queste lotte non erano quasi mai pianificate e nascevano in maniera sostanzialmente accidentale. Anche il ventaglio delle cause scatenanti era piuttosto ampio: un inasprimento delle misure repressive, l’arresto o l’uccisione di personalità di spicco, la penuria di scorte alimentari, la mancanza di rispetto verso un credo religioso oppure l’anniversario di un evento importante. A volte, una singola iniziativa della dittatura ha fatto infuriare la popolazione al punto da aizzare una rivolta di cui nemmeno gli insorti avrebbero saputo prevedere la fine. Altre volte, un individuo coraggioso o un piccolo gruppo hanno compiuto azioni capaci di attirare consenso. Una particolare ragione di protesta, la solidarietà verso qualcuno che ha subito un torto, possono spingere la gente a unirsi alla lotta. A volte, la chiamata alla resistenza da parte di un singolo o di un piccolo gruppo può essere raccolta da una quantità sorprendente di persone.

Se la spontaneità presenta qualità positive, spesso è connotata da svantaggi. Di frequente, la resistenza democratica non è stata in grado di prevedere una reazione brutale da parte del regime, con il risultato che i rivoltosi hanno patito gravi sofferenze e il movimento è collassato. In altre occasioni, l’assenza di pianificazione da parte dei democratici ha lasciato al caso decisioni cruciali, con esiti disastrosi. Persino quando il regime è crollato, la mancanza di una strategia per gestire la transizione verso un sistema democratico ha contribuito all’emergere di una nuova dittatura.

Pianificazione realistica

In futuro, l’azione popolare improvvisata giocherà senza dubbio un ruolo importante nelle rivolte contro le dittature. Tuttavia, oggi è possibile calcolare i metodi più efficaci per abbattere un regime, determinare la maturazione della situazione politica e della percezione popolare e scegliere il momento più opportuno in cui cominciare la campagna. Una riflessione basata su

Scelta delle tecniche più efficaci

Se si desidera raggiungere un obiettivo, bisogna pianificare le proprie azioni. Più l’obiettivo è importante, o più appaiono gravi le conseguenze in caso di fallimento, e più è importante organizzarsi al meglio. La pianificazione strategica aumenta le probabilità che tutte le risorse disponibili siano mobilitate e impiegate nel modo più efficace. Questo vale soprattutto per un movimento democratico (che dispone di risorse materiali limitate e i cui membri sono in costante pericolo) intenzionato ad abbattere una potente dittatura come quella della partitocrazia che conta un numero elevato di collaborazionisti.

«Pianificare una strategia», in questo contesto, significa organizzare una gamma di azioni che partono dal presente per giungere a una situazione futura idealizzata. Nel nostro caso, da una dittatura dei partiti a un futuro sistema democratico che contempli l’effettivo utilizzo degli strumenti per l’esercizio della sovranità popolare. Un piano per raggiungere quell’obiettivo consiste di solito in una serie di campagne successive e di altre attività organizzate e concepite per rafforzare la popolazione oppressa e indebolire la dittatura. Sia chiaro che l’obiettivo non è semplicemente distruggere la dittatura al potere, ma impiantare un sistema democratico basato su strumenti di democrazia diretta di facile e tempestiva attivazione. Una strategia su vasta scala che limiti l’obiettivo all’abbattimento della dittatura in atto corre il grave rischio di originare una nuova tirannide.

Quattro concetti importanti nella pianificazione strategica

Per ragionare in modo strategico, è necessario fare chiarezza sul significato di quattro concetti fondamentali: disegno complessivo, strategia, tattica, metodo.

serve a coordinare e dirigere tutte le risorse disponibili (economiche, umane, morali, politiche, organizzative e via dicendo) di un movimento che vuole realizzare i suoi obiettivi in un conflitto.

Il disegno complessivo, concentrandosi sugli obiettivi e le risorse del gruppo nel conflitto, determina la tecnica d’azione più efficace (per esempio la scelta dei vari strumenti della lotta nonviolenta, da applicarsi di circostanza in circostanza) da utilizzare nello scontro. I leader del movimento devono valutare e pianificare quali pressioni e influenze esercitare sugli avversari. Inoltre, il disegno complessivo prevede il calcolo delle condizioni e del momento più opportuno per mettere in pratica le diverse campagne di resistenza.

Il disegno complessivo costituisce il sistema di riferimento su cui operare le singole strategie di lotta, oltre a stabilire i compiti specifici da assegnare ai vari gruppi di cui si compone la resistenza, e distribuire delle risorse a loro disposizione.

La strategia inscritta nel disegno complessivo, stabilisce il modo migliore per raggiungere obiettivi specifici in un conflitto. Preoccupazione principale della strategia è determinare se, quando e come combattere, oltre a come ottenere una maggiore efficacia nella lotta. La strategia è paragonabile all’idea dell’artista, mentre la pianificazione strategica assomiglia più al progetto di un architetto.

Una strategia può comprendere anche gli sforzi per creare una situazione tale da far prevedere agli avversari che uno scontro aperto condurrà alla loro capitolazione, convincendoli perciò alla resa prima di un conflitto. In caso di scontro, poi, il miglioramento della situazione strategica assicurerà comunque il successo. La strategia serve anche a pianificare un buon uso della vittoria, una volta che si è raggiunta.

Applicata al conflitto in sé, la pianificazione strategica è l’idea basilare di come si svilupperà la campagna e di come le diverse parti di cui è composto il movimento dovranno unificare gli sforzi per raggiungere nel modo più efficace gli obiettivi preposti, tra cui la disposizione di specifici gruppi d’azione per operazioni più modeste. Pianificare una strategia accurata significa considerare i requisiti per ottenere il successo della tecnica di lotta prescelta. Tecniche diverse hanno requisiti diversi. Certo, il semplice soddisfacimento dei «requisiti» non è sufficiente ad assicurare il successo; potrebbero servire altri fattori.

Nell’escogitare delle strategie, i fautori della democrazia devono definire con chiarezza i loro obiettivi e stabilire come misurare l’efficacia degli sforzi per raggiungerli. Ciò permette allo stratega di identificare i requisiti precisi per assicurare ciascuno degli obiettivi stabiliti. La stessa esigenza di chiarezza si applica anche alla pianificazione tattica.

La tattica e i metodi di azione sono utilizzati per mettere in pratica la strategia. Con tattica ci riferiamo all’utilizzo sapiente delle forze di una fazione cosi da trame vantaggio in una situazione particolare. Una tattica è un’azione particolare, impiegata per raggiungere un obiettivo particolare. La scelta della tattica appropriata deriva dalla nozione di cosa sia meglio utilizzare, tra i mezzi di lotta disponibili, come supporto alla strategia in una fase particolare del conflitto. Per avere maggiore efficacia, la tattica e i metodi con cui applicarla devono essere scelti senza distogliere mai l’attenzione dal raggiungimento degli obiettivi strategici. I successi tattici che non portano al raggiungimento dei fini strategici rischiano di rivelarsi come uno spreco di energia.

Perciò, la tattica deve rientrare in un’azione particolare che corrisponda a una strategia specifica, a sua volta inserita nel contesto del disegno complessivo di cui abbiamo parlato in precedenza. La tattica prevede sempre lo scontro, mentre la strategia implica considerazioni di più ampio respiro. Una tattica particolare può essere compresa solo come parte di una strategia generale in una battaglia o in una campagna. Le tattiche sono applicate per periodi di tempo più ridotti rispetto alle strategie, oppure in aree più limitate (geografiche, istituzionali e cosi via), o praticate da un numero ristretto di individui. Nell’azione nonviolenta, la differenza tra un obiettivo tattico e uno strategico può essere parzialmente indicata dall’importanza minore o maggiore dell’obiettivo in questione.

Le azioni tattiche offensive sono scelte per sostenere il raggiungimento di obiettivi strategici e costituiscono lo strumento con cui lo stratega può creare le condizioni favorevoli a sferrare l’attacco decisivo contro l’avversario. Di conseguenza, è fondamentale che la responsabilità di pianificare ed eseguire operazioni tattiche sia complementare alla capacità di considerare il contesto in cui applicarle, e di scegliere dunque i metodi più efficaci per realizzarle. Chi partecipa a tali azioni deve essere addestrato all’uso della tecnica scelta e dei metodi specifici.

Il metodo definisce le armi o gli strumenti peculiari dell’azione. Nel contesto della lotta nonviolenta sono comprese decine di forme d’azione particolari: scioperi, boicottaggi, non collaborazione politica e via dicendo.

Sono poco meno di duecento le tecniche di azione nonviolenta, classificate in tre categorie principali: protesta e persuasione, non collaborazione e intervento. l metodi di protesta e persuasione nonviolenta sono in gran parte dimostrazioni simboliche, come sfilate, marce e veglie (54 in tutto). La non collaborazione si divide in tre sotto categorie: (a) non collaborazione sociale (16 metodi), (b) non collaborazione economica, compreso il boicottaggio (26 metodi) e gli scioperi (23 metodi), e (c) non collaborazione politica (38 metodi). Le forme di intervento nonviolento attraverso mezzi psicologici, fisici, sociali, economici o politici, come l’occupazione rapida e nonviolenta e il governo parallelo (41 metodi), costituiscono il gruppo finale.

Lo sviluppo di una pianificazione strategica responsabile ed efficace per la lotta nonviolenta dipende dall’attenta formulazione e selezione di un disegno complessivo, dalle singole strategie, tattiche e metodi.

La lezione che possiamo trarre da questa analisi è che per un’attenta strategia di liberazione dalla dittatura partitocratica italiota è necessario un utilizzo mirato dell’intelletto. Una pianificazione errata può contribuire a generare disastri, mentre un uso efficace delle capacità intellettuali può tracciare un percorso strategico che utilizzerà con giudizio le risorse disponibili per spingere la società verso il traguardo della libertà e della democrazia.

 

Print Friendly


Nella stessa sezione:

21 Responses to “QUATTRO CONCETTI CHIAVE PER UNA SANA RIBELLIONE POLITICA” Subscribe

  1. Enzo Trentin 28 Febbraio 2012 at 11:14 am #

    Più sotto il lettore Sante, dice che «abbiamo “menato il can per l’aia”» e con molta determinazione io dovrei «”formalizzare” in UNA SOLA PAGINA, comprensibile a tutti”», una o la soluzione.

    Insomma, qualche cosa tipo McDonald’s, Pret a porter, Cash and carry, letteralmente “paga e porta via”.

    Prima di rispondergli premetto d’essere molto in sintonia con quanto ha scritto più sotto un altro lettore: Francesco.
    Ed a tal proposito dirò che ho già scritto e spedito alla redazione dell’Indipendenza un articolo in proposito. Deciderà la redazione se e quando pubblicarlo.

    Per ritornare a Sante c’è da rilevare che io sarò stato un po’ lungo nell’esposizione, ma si trattava di indicare [come dire...?] una serie di strumenti musicali che possono formare un’orchestra. Manca ancora un direttore concertatore d’orchestra, ma non è un problema se ne possono trovare. Ciò che soprattutto manca è uno spartito da suonare. E mi spiego meglio:

    1. In Veneto c’è la situazione indipendentista più “frizzante”. Si possono contare almeno quattro autogoverni, un movimento di liberazione nazionale, un partito indipendentista che in realtà sono due, un altro partito e Movimenti vari. Se ho dimenticato qualcuno chiedo venia.
    2. Naturalmente è una situazione riscontrabile anche altrove. Penso alla Lombardia, alla Sardegna, alla Sicilia, e mi fermo qui, perché non sono in grado di seguire tutto e tutti.
    3. La peculiarità di questo “arcipelago” Veneto è rappresentata dal fatto che ognuno di questi soggetti politici ha affrontato il problema dell’indipendenza e trovato una soluzione. Ognuno di tali soggetti è in buona fede convinto che la sua soluzione sia la migliore, se non l’unica, ed è pronto ad “arruolare” gli altri. Difficilmente è disponibile a farsi “coscritto”.
    4. Intanto procedono l’un contro l’altro armati di delegittimazione, quando addirittura non siamo agli insulti. Lo possiamo verificare proprio nelle lettere e commenti ad alcuni articoli apparsi su questo quotidiano. Alcuni sono arrivati sinanco a denunciarsi alla Magistratura di Venezia, non so (e nemmeno voglio saperlo) per quali motivi.
    5. Tutti sono molto prolissi e dettagliati nel descriverci il percorso che loro hanno individuato per ottenere l’indipendenza. Nessuno (a meno ch’io non mi sia distratto) ci dice come sarà amministrato – eventualmente – il nuovo Stato indipendente. Avrà un regime social-comunista? Nazi-fascista? Liberal democratico-rappresentativo con partiti litigiosi che al posto d’essere italioti saranno Veneti? Sarà uno Stato federale? E di quale federalismo stiamo parlando? Di quello farlocco della Lega Nord? Io non ho trovato risposte a questo proposito. Forse mi sono assopito, e se qualcuno mi da’ una qualche informazione in proposito mi farà un piacere.
    6. Poi c’è un quesito da sciogliere (forse lo farà l’auspicato convegno di Jesolo?): esiste una sola via all’indipendenza? E se ce n’è più d’una, le vogliamo mettere in ordine gerarchico d’importanza e di praticabilità temporale?

    Ecco, dunque, perché non si può risolvere tutto con una paginetta. Né, come è stato detto più sotto, possiamo pensare ad uno Stato democratico ed affidarci ad una “personalità” carina, intelligente e comunicativa. La democrazia vuole l’impegno del singolo. Di ogni persona. La delega è sempre limitata nel tempo e nel potere conferito alla delega stessa. Insomma la democrazia è impegno personale del singolo che si fa cittadino consapevole e deliberante. La democrazia rappresentativa, invece, abbiamo visto che non è affatto democrazia, è regime partitocratico.

    Quindi, per le soluzioni Cash and carry, rivolgersi alla McDonald’s prego.

  2. francesco 27 Febbraio 2012 at 7:14 pm #

    Sarebbe ora di sgombrare il campo dagli equivoci e dall’ipocrisia. Non si tratta di ribellione ma di lotta per conquistare quella democrazia retoricamente sancita nell’art.1 della costituzione (‘La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione’) che però non è mai stata realizzata in questo paese, perché i sapientoni che hanno scritto la costituzione si sono ben guardati dal metterci gli strumenti (‘le forme e i limiti’) per esercitare tale sovranità. Il risultato è che gli italiani sono sempre stati, sono e (a meno che qualcuno lotti sul serio per la democrazia) sempre saranno un popolo sotto tutela dei loro cosiddetti ‘rappresentanti’, essendo l’unico potere decisionale loro concesso quello di rinunciare ad esercitare questa loro facoltà a favore di altri, con il risultato di ritrovarci dominati dal regime che tutti conosciamo.
    Quindi, stando così le cose, quello che manca e di cui c’è realmente bisogno è una definizione semplice, chiara e non soggetta a privata interpretazione sull’obiettivo da perseguire.
    L’unico obiettivo per cui vale la pena di impegnarsi e lottare è un sistema in cui il potere decisionale sia suddiviso in parti uguali tra ogni cittadino avente diritti politici (ed è questa l’unica definizione seria di democrazia), escludendo quindi solo i minori ed altre eventuali categorie come per es chi ha commesso reati gravi soprattutto a danno della collettività quali sono i ben noti esponenti del regime, malversatori di beni e denaro pubblico.
    Cosa si intende per democrazia andrebbe definito in modo chiaro e ribadito in occasione di tutte le iniziative politiche in modo che non capiti più di brancolare nella confusione come è stato fatto fino ad oggi. Dovremmo anche avere la consapevolezza e l’onestà di ammettere che il regime non è l’unica causa dello stato miserevole in cui siamo ridotti. L’altra faccia della medaglia di questo sistema estremamente corrotto ed antidemocratico è la connivenza del ‘popolo’ o almeno di una sua parte maggioritaria. Perchè un rapporto di sopraffazione, quale è quello tra regime e popolo, non può persistere in eterno se la parte sopraffatta non stà al gioco. Non per niente l’unica cosa politicamente originale che l’italia è riuscita a produrre è stato il fascismo che, contrariamente a quanto chi ignora la storia pensa, non è stato un regime imposto da un colpo di stato militare, ma è stato sostenuto dal voto dalla stragrande maggioranza degli italiani almeno fino alle ultime elezioni tenutesi poco prima dell’inizio della guerra. Poi c’è stata la guerra ed infine l’8 settermbre del ’43, data in cui si è verificato il curioso e squallido psicodramma coraòe della improvvisa conversione della quasi totalità di un popolo dal fascismo al cosiddetto antifascismo. Dopo la guerra i fascisti di prima sono diventati (nella stragrande maggioranza) gli antifascisti del poi.
    La storia di questo popolo ci fa capire che le condizioni ambientali non sono favorevoli e che non ha alcun senso aspettare altri secoli o millenni nella speranza che la maggioranza della popolazione maturi.
    Quindi per sperare di uscire da questa triste condizione non resta che mettere in atto un progetto politico di trasformazione democratica attivato dalla parte della popolazione che è in grado di capire cosa sia la democrazia e che ne apprezza il valore, ed è per questo che occorre stabilire inanzitutto qual è l’obiettivo verso cui andare ed è necessario che questa definizione non sia ambigua. La questione del come fare per raggiungerlo diventa una domanda che solo dopo questo primo passo ha senso porsi.
    Se il potere decisionale come diritto inalienabile del cittadino è la quintessenza della democrazia, il primo passo da compiere è quello di lottare per ottenere il referendum propositivo senza quorum, su qualunque questione il popolo richieda di esercitare tale potere. Senza quorum, perché il quorum sarebbe uno strumento con cui una parte dei cittadini impedirebbe ad un’altra parte di esercitare il suo inalienabile diritto a decidere.
    A questo punto resterebbero da definire solo questioni marginali come il numero minimo dei richiedenti ed il tempo massimo ammesso per la raccolta delle firme, siano queste cartacee o forse un domani anche elettroniche.
    Tutto il resto (la storia passata, le passioni umane, i ‘come eravamo’, la ‘complessità’ del sistema, le posizioni filosofiche, i trattati internazionali, la sfavorevole congiuntura economica, e soprattutto purtroppo l’atavico servilismo che pur trasuda da tutti i pori della storia e della cultura di questo paese) sono solo chiacchiere che farebbero il gioco del regime, dei loro referenti e lacchè e di chi, per complicità o per ignavia, si è sempre opposto alla democrazia.

    • Domenico 27 Febbraio 2012 at 10:40 pm #

      Senza i lacchè del potere politico annidati nella corte costituzionale. Nel senso che se il popolo vuole esprimersi non c’è costituzionalità più o meno presunta che tenga.
      Ma questo ci fa tornare al fatto che l’obiettivo vero sono le nuove regole che devono governare le nostre comunità, ovvero il nuovo patto tra cittadini che giustifichi uno stato, quale che sia; in altre parole una nuova costituzione.

    • Daniele 23 Ottobre 2012 at 7:06 pm #

      Un secondo passo dovrebbe essere quello di abolire il SONDAGGIO, o la pubblicazione dello stesso o quanto meno inquadrarlo secondo regole che ne eliminino l’uso distorto.
      Così come si influenza il mercato dei titoli, con informazioni (e mi sfugge il termine) ma, esemplificando, come quando dichiaro che un titolo salirà (o scenderà), il titolo con probabilità salirà (o scenderà) a causa della stessa mia dichiarazione, così, un sondaggio, influenza un popolo abituato sin dall’antichità ad aggregarsi all’esercito invasore o al despota di turno, privandosi del suo potere decisionale e di conseguenza di cosa sia bene per lui e per il suo popolo.
      Spesso ho l’impressione, anche se il più delle volte è una certezza, che l’utilizzo del sondaggio non sia quello di avere un metro di giudizio o il termometro della situazione ma per indirizzare la scelta ove vi sia la squadra che vince allo stesso modo che hanno i bambini nel fare il tifo per la squadra prima in classifica.
      Se facessi un sondaggio fra un gruppo di bambini riguardo a quale dovrebbe essere la loro alimentazione e da una parte mettessi dolci, biscotti, cioccolate e gelati e dall’altra una alimentazione mediterranea come politico mi accorgerei che la prima trova maggiore consenso e continuerei dichiarando che li alimenterei secondo le loro esigenze.
      A che mi serve il sondaggio?
      Aboliamo?

  3. ben 27 Febbraio 2012 at 2:44 pm #

    Credo che prima di tutto ci vuole UN CARISMATICO, una persona al di sopra delle parti, un trascinatore che con la Sua credibilità, che deve innattaccabile, dia inizio a resistenze pacifiche ma potenti…non deve essere di certo un bossi che ha si avuto gente che si faceva trascinare in cazzate tipo l’ ampolla…incredibile come la gente possa avere così poco cervello…o altri come Grillo…che da buon imbonitore dice cose giuste ma potrebbe solo portare la gente in piazza con fini più pesanti…al punto in cui siamo non vedo nessuno che possa guidare con tale carisma una rivoluzione Gandiana…dovremo soccombere con reazioni inconsulte ed individuali terribili…molto peggio della Rivoluzione Francese sarà…così?

    • elvira 27 Febbraio 2012 at 3:11 pm #

      No, una salveza c’è e son le Durigon! Facce pulite e belle, carisma della gioventù, basta che si mantengano salde nella loro modestia e nella protesta disinteressata. Saranno Icona di libertà e di futuro.

    • evira 27 Febbraio 2012 at 5:42 pm #

      Carismatico o carismatica? Perchè se vuoi una carismatica c’è solo da scegliere: Martini, Mauro, Bianchi Clerici, Faverio, Lussana….basta dirlo! In casa Lega non manca niente!

      • evira 27 Febbraio 2012 at 6:38 pm #

        che poi la carismatite gliela ha curata il Calderolo dentista…per quello che hano bocche con cui possono dire ciò che vogliono!

    • Daniele 27 Febbraio 2012 at 8:39 pm #

      Non serve nessun CARISMATICO a cui deleghi la tua vita. Serve piuttosto che tu e tutti ci unissimo come cittadini per interessarci del nostro futuro. La tua soluzione porterebbe solo a una nuova classe dirigente che prima o poi si trasformerà in partito. Questo è l’errore strategico più grande. Il movimento deve restare movimento. Ognuno deve contare uno.

  4. Giorgio 18.02.2011 27 Febbraio 2012 at 1:11 pm #

    Vorrei che Trentin,oltre che riprendere le teorie ottocentesche di Thoreau, esponesse con parole semplici sopra un accaduto tragico e fallimentare per le sorti di un futuro Stato Veneto :

    a) cosa è mancato e perche’ è fallita l’azione TATTICA dei
    Serenissimi patrioti a Venezia

    b) Se è stato per mancanza di una strategia,
    ora riproponendosi nel 2012, quale miglior sorte(?)
    potrebbe avere
    grazie – W S. Marco

    • sante 27 Febbraio 2012 at 4:44 pm #

      semplice.
      a)
      si poteva prevedere “a priori ke falliva”
      ..(…e, ti assicuro, ne discutevo “in presa diretta” con il teorico), Xké nel 1996-1997 l’economia “tirava come una bestia”…
      …ed il veneto “ricncorreva forsennatamente” il business.
      pagava milioni di tasse Xké “lavorando” 2 gg a 24H/gg guadagnava ciò ke serviva per “pagare=mantenere” lo stato ladro ed immondo.
      …ma il business correva, i fatturati correvano, il mondo correva…prima della globalizzazione….
      ..insomma…nn c’era neppure il tempo per fare una scoreggia…figuriamoci discussioni, o secessioni.
      b)
      oggi,”29Settembre2012″ (=remixando Battisti),
      il business E’ FERMO.
      gli imprenditori veneti
      ed i venetisti hanno tempo “ad libitum” per “discutere”
      su ogni centesimo di tassa.
      Come in TUTTE le rivoluzioni occidentali(Inglese,Americana e Francese) del ’700,
      il motivo scatenante sono le tasse,
      ke, sic, “fortunatamente”, hic et nunc nn mancano.
      Le rivoluzioni&secessioni sono dappertutto intorno a noi,
      e si manifestano continuamente.
      Conclusione:.. il crash economico sarà la scintilla ke incendierà il Veneto.
      Serenissimi Saluti ( ultrazolfo@gmail.com )

    • Sante 27 Febbraio 2012 at 4:57 pm #

      avevo lasciato un commento ke ora è scomparso,
      anke se l’ho visto kiaramente in attesa di moderazione.
      kiedo gentilmente “lumi”
      sul “missing in action”. grazie mille
      Serenissimi Saluti

      • Sante 27 Febbraio 2012 at 5:06 pm #

        please cancellare il precedente
        “avevo lasciato un commento ke ora è scomparso,
        anke se l’ho visto kiaramente in attesa di moderazione.”

        adesso è comparso.
        sono ritardi del sistema.
        SPARISCE il warnig
        “Your comment is awaiting moderation.”
        assieme al messaggio da moderare.
        ho dovuto “rientrare” nella pagina per un refresh del post.

      • Leonardo 27 Febbraio 2012 at 5:10 pm #

        I COMMENTI NON PASSANO IMMEDIATAMENTE, VENGONO PRIMA LETTI E POI APPROVATI. (COSA CHE VIEN FATTA NEL 99,99 % DEI CASI)

        • gambardella 27 Febbraio 2012 at 6:40 pm #

          mica come la Padania che ha censurato dieci tra mail e lettere (inviate da me e amici, quindi indirizzi diversi) di seguito di reclami contro una trasmissione televisiva fatta da una leghista…..

  5. vascon 27 Febbraio 2012 at 11:39 am #

    Di solito non scrivo ai siti ma qui sento di intervenire perchè state a far cose troppo complicate. Il popolo è semplice e segue linee dirette e semplici, lo stesso Bossi è risucito a star a galla tanto tempo perchè ha fatto cose dirette e semplici che a tantri sembravano straordinarie ma erano solo dirette e decise. Ora io dico che leggendo qua e là sto sito ho scoperto sta fresca novità delle sorelle Durigon, ecco, voi direte che è una sciocchezza e io invece dico che se loro diventano ambasciatrici di idee allora davvero qualcosa di grosso può venir fuori perchè sulla gioventù, sulla bellezza e sulla immagine le idee vanno più forte…

  6. Sante 27 Febbraio 2012 at 9:07 am #

    Mr. Trentin, abbiamo “menato il can per l’aia” sinckè
    “la povera bestia” è stremata, rantolante, al suolo.
    .
    rimane intonsa la vexata quaestio leniniana: ” KE FARE ?”.
    .
    Lei possiede un gran talento, PF, lo investa per “formalizzare” in UNA SOLA PAGINA, comprensibile a tutti,
    la Sua proposta,….e confrontiamo su questa.
    Ringrazio anticipatamente Xla cortese attenzione.
    Serenissimi Saluti

  7. Domenico 27 Febbraio 2012 at 8:25 am #

    Questo è ciò di cui si dovrebbe discutere a Jesolo!

Trackbacks/Pingbacks

  1. Pianificazione strategica: il percorso per ottenere l’indipendenza | L'Indipendenza - 16 Luglio 2012

    [...] A nostro modestissimo parere, dopo aver risposto alle fondamentali domande su esposte (e sia detto con tutto il rispetto: prima d’aver stilato dichiarazioni d’indipendenza e pronosticato quello o quell’altro percorso all’indipendenza), agli spiriti autenticamente liberi non rimane che elaborare un piano strategico secondo le centinaia d’«armi» della nonviolenza, sommariamente raggruppate per gruppi ed elencate in un precedente articolo apparso su questo quotidiano. [vedere qui] [...]

  2. una sana ribellione - 27 Febbraio 2012

    [...] sana ribellione QUATTRO CONCETTI CHIAVE PER UNA SANA RIBELLIONE POLITICA | L'Indipendenza QUATTRO CONCETTI CHIAVE PER UNA SANA RIBELLIONE POLITICA di ENZO TRENTIN Le campagne di [...]

  3. diritto di rivolta - 27 Febbraio 2012

    [...] diritto di rivolta Interessante a questo riguardo l'articolo dell'Indipendensa oggi. QUATTRO CONCETTI CHIAVE PER UNA SANA RIBELLIONE POLITICA | L'Indipendenza Citazione     « Discussione Precedente | [...]

Lascia un commento