Proponiamo in ANTEPRIMA per L’Indipendenza la traduzione integrale in italiano dell’articolo Zhang Weiying: China’s Anti-Keynesian Insurgent di Abheek Bhattacharya tratto dal Wall Street Journal. (Traduzione di Luca Fusari)
E’ un raro pomeriggio nella capitale cinese, lo smog non ha bloccato i cieli e uno degli economisti più famosi della Cina si trova in uno stato d’animo sanguigno. L’economia è in difficoltà così come lo sono i capi del Partito Comunista i quali dopo un decennio di potere devono dimettersi mentre stanno perseguendo il loro ex ragazzo d’oro, Bo Xilai, con accuse penali. Gli investitori sono preoccupati e vogliono avere segnali che Pechino continui ad operare per la crescita e ciò che più piacerebbe vedere è un grande stimolo keynesiano.
Zhang Weiying (nella foto in alto) ritiene che si stanno sbagliando quale loro panico. Il rallentamento economico dice essere in realtà una buona notizia che «fa sì che il governo abbia bisogno di cambiare», verso una sua riforma e lontano dall’immissione di liquidità. Non siamo tutti keynesiani ora in Cina, insiste.
Tre anni fa il keynesismo era la politica ufficiale. La crisi finanziaria del 2008 aveva fatto gongolare Pechino per il fallimento del libero mercato “dilagante a Washington” sollecitando un “Modello Cina” di intervento del governo. Il keynesismo è diventato lo spirito del tempo statalista, e Pechino subendo un crollo delle esportazioni stanziò 3500 miliardi dollari (o circa il 50% del prodotto interno) in prestiti bancari per la spesa diretta.
I colleghi accademici di Zhang erano tutti entusiasti per il “modello Cina”, ma nel 2009 vi erano già studi dal titolo Seppellire il keynesismo. Poi Zhang, un amministratore capo all’Università di Pechino dove oggi insegna economia, ha sostenuto che, poiché la crisi finanziaria è stata causata dall’eccesso di liquidità, essa non poteva essere risolta con tale approccio. «L’economia attuale è come un tossicodipendente e la prescrizione da parte del medico è la morfina, quindi il risultato finale sarà molto peggiore», ha sostenuto.
Invocando le idee del defunto premio Nobel Friedrich von Hayek e della Scuola Austriaca di Economia sostiene che se all’economia non è consentito di autoregolarsi da sola, alla crisi minore della Cina ne seguirà una ancor più grande. Zhang ha anche sostenuto la necessità di eliminare le attuali distorsioni, come i monopoli in molti settori di imprese di proprietà statale.
Nei giorni in cui la Cina stava rapidamente diventando la seconda più grande economia al mondo (con crescita trimestrale del 2010 verso l’11% su base annua), i vertici politici non erano in vena di ascoltare tali consigli. «Quando ho criticato la politica di stimolo del governo centrale, molti alti funzionari non erano felici», ha aggiunto Zhang. Forse non hanno aiutato le parole da lui pronunciate al World Economic Forum dello scorso anno in Cina, quando ha definito la potente Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme del governo «un gruppo di persone intelligenti che fanno qualcosa di veramente stupido».
In ultima analisi, lo stimolo di Pechino ha alimentato un falso boom di investimenti generando le bolle negli assets, poi alimentate dalla morfina data dal governo rafforzandole. I funzionari sostengono che l’economia sia cresciuta del 7,6% anno tra aprile e giugno di quest’anno. Gli scettici ritengono che il numero reale sia più vicino al 4%. (Uno studio londinese dice l’1%.) Nel frattempo, le industrie dell’acciaio e dell’energia solare, favorite dallo Stato sono al minimo dopo l’eccesso di impiego. Innumerevoli fogli di rame sono accatastati nei magazzini chiusi per fallimento, esemplificando la nozione hayekiana di “cattivi investimenti”.
In altre parole, secondo Zhang, le conseguenze derivanti dallo stimolo sono state un manifesto di quanto le teorie austriache ponevano come critica all’interventismo economico. E la vastità del guasto improvvisamente creatosi ha favorito una maggior attenzione tra le persone. «La politica keynesiana non ha espresso ciò che ha promesso e sempre più persone si rendono conto che quando il governo fa degli investimenti in qualcosa che è inutile vi sarà recessione».
I funzionari cinesi non trattano più Zhang come un paria. Egli riferisce che i funzionari del ministero dell’Agricoltura gli dicono che leggono con piacere i suoi articoli. Altri ministeri e le amministrazioni locali, anche nelle province di Henan e Liaoning lo invitano a parlare. Dice che quando ha scritto di recente un articolo lodando il defunto economista austriaco Murray Rothbard, il segretario del Partito Comunista di Shanghai, una persona abbastanza d’alto livello nell’apparato gli disse che gli piacque.
Potrebbero le simpatie austriache influenzare positivamente la burocrazia cinese? Il mese scorso, il premier Wen Jiabao (nella foto a sinistra) ha dichiarato che lo stimolo è una «risposta scientifica» alla crisi e ha cercato di confutare l’accusa che il paese «ha pagato un prezzo eccessivo» per questo. Sembrava come se fosse costretto a difendersi dagli sfidanti interni che avevano letto Hayek o Zhang Weiying.
Zhang Weiying non si identificava con la scuola austriaca fino al 2008, quando ha presentato un documento a una conferenza economico a Chicago e qualcuno gli disse che sembrava un allievo di Hayek. Dice di aver sempre pensato in questo modo. 52enne, nato in campagna nella provincia dello Shaanxi nella Cina centro-settentrionale. In un paese in cui i funzionari di partito e le “madri tigre” fanno a gara per il lavaggio del cervello dei giovani, è scappato da entrambi.
«Le aree rurali non erano così inquinate dall’ideologia del partito», racconta. «I miei genitori erano analfabeti», aggiunge, e una volta che ha iniziato la sua formazione, non riuscivano a capire le idee che portava a casa da scuola. «Ciò significa che non hanno mai interferito».
Zhang delinea il suo percorso partendo da quando era uno studente laureato in economia nel Shaanxi. Ha scritto un articolo sul giornale nel 1983 sostenendo che il denaro non era il male. Per quel “delitto”, i critici dell’ancora potente campo anti-capitalista lo censurarono. C’era il pericolo che non fossi in grado di laurearmi, ma «per fortuna, il clima politico è cambiato in Cina in un tempo molto breve».
A metà degli anni 1980, a capo del partito vi era Deng Xiaoping, i funzionari si mossero liberalizzando l’economia. Eppure erano talvolta incapaci. Dopo decenni di economia pianificata «ogni prezzo era stato distorto» e la soluzione del governo era quello di «un centro di ricerca sul prezzo con un grande computer adeguando i prezzi in base a questo calcolo». Naturalmente, «non potevano ottenere alcun risultato» spiega Zhang,
Questo ha comportato la prima rottura di Zhang. Nella sua tesi di laurea, ha considerato la possibilità di avere un sistema di prezzi controllato dal governo che lasci però alle industrie la possibilità di muoversi lentamente verso il mercato, dal primo al secondo ambito. Ha colpito i responsabili politici con l’idea di una conferenza del 1984 e lo hanno adottato dando a Zhang un lavoro presso la Commissione di Stato per la riforma del sistema economico. Il periodo di lavoro lo ha allontanato dalla politica. I burocrati raramente «agitano le acque». «Fare politica è un processo politico, un compromesso».
Alla ricerca di un mondo in cui non scendere a compromessi si recò a Oxford, dove studiò per un dottorato in economia. Tornato in Cina nel 1994, ha co-fondato il Centro per la ricerca economica della Cina all’Università di Pechino, la più antica istituzione moderna di istruzione superiore del Paese.
Zhang dichiara di preferire il mercato accademico delle idee piuttosto che quello politico, ma si distingue anche lì. A differenza della tribù di economisti riformisti cinesi che si considerano tecnocrati al servizio dello statalismo, il signor Zhang pensa in crudi termini morali. In un discorso di quest’anno ha invocato Aristotele e Tommaso d’Aquino sostenendo che esiste una cosa come la legge naturale e che il diritto di proprietà «viene prima della sovranità».
Il rovescio della medaglia di questa libertà di perseguire il successo è la possibilità del fallimento, l’affinità di Zhang con Hayek e gli austriaci è il cipiglio contro le banche centrali, le quali cercano di manipolare la domanda perché, come il signor Zhang dice, «quando si commette un errore, è necessario assumersi la responsabilità». «Se si soffre oggi, è una piccola sofferenza. Ma se non si rimedia alla sofferenza di oggi, domani avrete una sofferenza maggiore». Lasciare che la gente conosca la verità, «è ciò che un economista o studioso dovrebbe fare». I dirigenti devono fare anche questo, e parla con entusiasmo della fine del 1990, quando la crisi economica asiatica spinse il partito a privatizzare le aziende statali anche se ha lasciato 20 milioni di disoccupati.
La crisi aveva portato l’Indonesia e altri Paesi in ginocchio, racconta il signor Zhang, i leader cinesi avevano capito il momento «la lezione era di non avere un capitalismo clientelare» e un settore pubblico gonfiato. A quel tempo, la marea intellettuale stava andando nella direzione di Zhang. La CCTV controllata dallo Stato lo proclamò “Economista dell’anno” nel 2002, e si ricorda che all’Università di Pechino«tutta la cultura fu riorientata». Venne nominato Vice Presidente dell’università e in seguito preside della Scuola di Management a Guanghua dove ha realizzato alcune riforme.
Le riforme hanno avuto successo, ma il riformatore è stato crocifisso. La vecchia guardia nei saloni della facoltà si ribellarono con accuse vertenti la fedeltà di Zhang e mettendo in discussione su Internet le sue credenziali. E’ stato costretto a lasciare il suo posto a Guanghua nel 2010.
Gran parte del problema derivava dalla politica interna nelle università, ma dice anche che in gran parte l’«ambiente è cambiato». Le università in Cina sono il prodotto di una economia pianificata, così «se l’intero paese fosse stato nel processo di buona riforma, la gente come me non sarebbe stata trattata in quel modo».
Che cosa è successo? Il gruppo dirigente della Cina, Hu Jintao e Wen Jiabao, in carica dal 2002, hanno invertito le riforme. L’aumento della diseguaglianza è stato il pretesto originale per favorire il settore pubblico e, si sospetta, una crescita elevata del peso dei responsabili politici, i quali li hanno convinti a proseguire su questa strada. Il nuovo mantra di Pechino è stato «Guo Jin, min tui. Lo Stato avanzi, il settore privato retroceda».
Quando la crisi finanziaria ha colpito Pechino ha colto al volo l’occasione per aumentare lo Stato ancora di più. Il cattivo risultato economico è davanti agli occhi, ma Zhang dice che negli ultimi dieci anni ha visto anche drammatici problemi sociali che contribuiscono a modificare il clima d’opinione. Il popolo cinese ha visto i burocrati distribuire le risorse alle imprese statali e ai loro amici e la percezione popolare di corruzione e di disuguaglianze sono cresciute. Lungi da una crisi dei mercati, Pechino si trova ad affrontare una crisi di Stato.
È per questo che il signor Zhang è fiducioso per le riforme. Egli propone il riavvio delle privatizzazioni, che dice essere più facile da fare ora perché «alcune di queste società sono quotate in borsa». La revisione del sistema finanziario è vicina, dal momento che le aziende statali utilizzano le banche come bancomat privando gli imprenditori di prestiti formali.
Possiamo aspettarci una simile liberalizzazione subito dopo la nomina dei nuovi leader a metà novembre? Dice che il segretario del Partito del Guangdong, Wang Yang (nella foto a sinistra), un concorrente per la nomina superiore nell’organo decisionale, è un «riformatore reale». Ma per il resto, ammette che la politica cinese è una scatola nera.
C’è una possibilità che Pechino punti ad un altro stimolo del PIL? «Certo le cose potrebbero andare peggio. Ma ci potrebbe anche essere una buona occasione», dice. Quello che non sanno è che il modo di pensare della gente è cambiato. E’ solo che «l’impatto è implicito, non esplicito» nella non democratica Cina.
Zhang è ottimista perché pensa che nei 30 anni di apertura sono cambiate le aspettative. «Abbiamo un sacco di fiducia nei mercati di oggi e questo decennio d’anti-mercato ha esasperato le persone. Proteste di massa per la terra contro le gru a benna e nei confronti del bullismo ad opera delle autorità pubbliche ha raggiunto il numero di 180 mila in un anno, secondo i dati del governo compilati alla Pechino Tsinghua University. Queste proteste sono difficili da ignorare per il partito e sono un potente caso morale a favore del libero mercato».
Dichiara Zhang: «Noi esseri umani cerchiamo sempre la felicità. Ora ci sono due modi. Tu stesso ti fai felice rendendo altre persone infelici, ed è ciò che io chiamo la logica della rapina. L’altro modo, ti fai felice facendo felici gli altri, questa è la logica del mercato. Quale modo preferite?».




O i liberisti sembre con questa storia di Singapore, come se oggi qualcuno mettesse in discussione le libertà economiche come nel 1767. Quando capiranno che c’è una bella differenza tra stato liberal-democratico, stato socialista e stato feudale???’
benissimo! un’aiuto insperato contro lo strapotere della cina potrebbe venire da una loro eventuale converisone alle teorie di hayek e dei vari liberisti! finalmente falliranno anche loro!
ahahahahahahahahahah …
Certo come no. Infatti i 5 paesi col più alto indice di libertà economica (Hong kong, Singapore, Australia, Nuova Zelanda e Svizzera) sono messi proprio male! Meno male che noi siamo in Italia che è 92esima in quanto a libertà economica!
“Hong kong, Singapore, Australia, Nuova Zelanda e Svizzera”
Con l’eccezione della Svizzera (che ha mantenuto TUTTI i servizi come pubblici – cioè Swisscom, elettricità, acqua, ferrovia, etc sono rimasti TUTTI pubblici fatta eccezione per la compagnia aerea di bandiera che è stata ceduta alla Lufthansa), gli altri quattro si caratterizzano per fare sempre dei deficit di bilancio belli corposi – siamo anche sul 15% di deficit all’anno.
Per cui, se c’è una cosa che caratterizza questi cinque paesi, è la loro impostazione KEYNESIANA. Quattro sono di impostazione proprio keynesiana “classica”, la Svizzera non fa pareggio di bilancio per colmare il cosiddetto output gap ma questo solo perché attrae molti capitali e i capitali attratti sono sufficienti a colmare l’output gap. La Svizzera però ha tutti i servizi pubblici (come già ricordato) e manipola il cambio senza remore – la Banca Nazionale Svizzera solo quest’anno ha emesso una quantità stratosferica di franchi svizzeri (circa il 70% del suo PIL annuo) per tenere il cambio basso.
Quindi sì, sono cinque paese che pur nelle loro diversità hanno tutti una impostazione keynesiana. E per forza che è così, perché il sistema economico contemporaneo è keynesiano, quindi se vuoi fare andare bene l’economia della tua nazione devi adattare la tua politica economica a questa realtà. Non siamo più nell’economia feudale bensì in quello che Augusto Graziani (giustamente) definisce una “economia monetaria della produzione” cioè una economia keynesiana.