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Catalogna, dall’orgoglio indipendentista di piazza al “referendum” nel 2013

di LUCA FUSARI

Centinaia di migliaia di catalani provenienti da tutta la regione sono scesi in strada l’11 settembre a Barcellona per la Diada, in uno spettacolo senza precedenti quanto a sostegno di massa, per manifestare le loro richieste di autonomia da Madrid, quest’ultima è accusata di aver fomentato la crisi economica del Paese trascinando la loro ricca regione verso il basso.

L’aumento di disoccupazione e i disordini finanziari nel bilancio del governo centrale hanno alimentato il separatismo in Catalogna, una delle regioni relativamente più prospere della Spagna. Tra tutti i recenti raduni catalani della Giornata Nazionale degli ultimi decenni, quest’ultima ha attirato centinaia di migliaia di persone, ed è stata la più grande che si ricordi. Il governo regionale catalano ha stimato la folla del raduno in 600.000 partecipanti (la polizia locale ha invece fornito addirittura cifre ben più alte: 1,5 milioni di persone) cantante l’inno catalano con uno sventolio di bandiere a strisce rosse e gialle (uno dei vessilli più antichi ancora in uso in Europa).

La Diada, festa annuale, è la giornata nazionale che segna storicamente  la riconquista della Catalogna da parte del re di Spagna Filippo V nel 1714 dopo un assedio di Barcellona che durò 13 mesi, tale evento è  ricordato ed esorcizzato con una festa nella capitale catalana con canti, balli e un’offerta floreale a Rafael Casanova, un eroe dell’assedio del ’700.

L’alta partecipazione è stato un segno che la crisi economica ha rivitalizzato i problemi di identità culturale tradizionale promossi dal movimento politico autonomista.  I manifestanti hanno esposto striscioni e cartelli dicendo: “No al Quarto Reich”, “No all’Europa”, “Independence Now!” e “Catalogna: un nuovo stato in Europa”. Il flusso di persone ha travolto la rete di telefonia mobile la quale è andata in tilt per ore.

«Si tratta di un duro colpo per il governo. Gente come me veniva da tutto il mondo. Non credo che si aspettavano qualcosa di così grande», ha detto una manifestante, Teresa Cabanes, che proveniva da Santa Coloma de Gramanet, periferia di Barcellona; «riteniamo che il governo centrale ci sta prendendo in giro. I catalani stanno dando via un sacco di soldi in Spagna».

Tra i partecipanti alla marcia anche Jordi Pujol, l’ex presidente della Generalitat (il governo catalano) dal 1980 al 2003 e a lungo un baluardo contro il separatismo, il quale ha dichiarato come la Spagna non sia più adatta per la Catalogna, e come quest’ultima  abbia bisogno di esplorare la possibilità dell’indipendenza: «io non sono cambiato, il paese è cambiato».

Pujol, il più importante leader nazionalista catalano durante la transizione dalla dittatura franchista alla democrazia in un’intervista al Financial Times a Londra ha ricordato che«abbiamo dato un importante contributo per stabilire la stabilità nella transizione (verso la democrazia) in Spagna», in un momento di trame dovute al colpo di Stato da parte dell’esercito e la destra franchista, che erano visceralmente contrari al restauro dei diritti storici di baschi e catalani; «fino al 2000, abbiamo cercato di coniugare una politica di identità nazionale e linguistica, proiettando questo nel quadro spagnolo».

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Per la prima volta, un sondaggio da parte del governo regionale del mese di luglio, ha mostrato che più della metà della popolazione della Catalogna è favorevole ad uno Stato indipendente, e non a caso l’anziano leader (nella foto a sinistra) lo ha chiaramente alluso: «noi non rientramo più dentro la Spagna», certificando con la sua persona, lo spostamento di sensibilità della società catalana all’interno del dibattito circa il suo futuro, dall’autonomismo alla causa secessionista, una tendenza che ha iniziato ad accelerare con l’inizio della crisi della zona euro e le crisi fiscali che stanno scuotendo la Spagna nelle sue fondamenta.

Pujol sottolinea però che «non ho lasciato gli argomenti contro l’indipendenza, ma quello che la Spagna ha fatto e sta facendo al nostro paese (la Catalogna) è impraticabile e non possiamo accettare questa situazione più a lungo».

Lo spettacolo di rabbia e di orgoglio identitario verrà senz’altro utilizzato dalle autorità regionali nel braccio di ferro con il governo centrale per ottenere il controllo sulle imposte sollevate in Catalogna. Con l’economia spagnola in caduta libera dalla crisi del debito della zona euro, anche se il loro governo regionale è stato costretto a licenziare i lavoratori e ai servizi di taglio, i catalani si lamentano di pagare miliardi di euro in più di tasse rispetto a quello che ricevono di ritorno da Madrid.  La regione rappresenta il 15% della popolazione della Spagna, ma il 20% della sua economia.

Il presidente della regione, Artur Mas, ha suggerito l’ipotesi dell’indipendenza se non venisse data un maggiore controllo sulle tasse generate dalla Catalogna. «Se non riusciamo a raggiungere un accordo finanziario, la strada verso la libertà per la Catalogna è aperta», ha ripetuto benché per ragioni istituzionali Mas non abbia partecipato alla marcia, pur dichiarando di sostenerla nello spirito.

Per Mas e la sua Convergencia i Unio (CiU) ciò si traduce in richieste di maggiori trattenute fiscali locali: «non c’è battaglia più urgente della sfida alla sovranità fiscale,  ora più che mai», ha detto l’attuale presidente della Generalitat catalana alla vigilia della marcia.

Gli economisti calcolano che i catalani pagano almeno 12 miliardi di euro in più di tasse all’anno per Madrid rispetto a quello che ricevono indietro come servizi pubblici, scuole e ospedali; ma per molti catalani, a causa di un complesso sistema di trasferimenti la cifra sarebbe ancora più elevata: fino a 16 miliardi di euro.

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I catalani hanno sempre ammesso che una parte del paese «avesse bisogno della giustizia» con una redistribuzione della loro ricchezza, contribuendo ad un bilancio centrale, canalizzando le risorse verso regioni meno sviluppate, come l’Andalusia, ma «è caduta nella trappola della solidarietà e questo ha portato al totale abuso della nostra situazione (fiscale)», sostiene Pujol.

Pujol citando Guido Westerwelle, ministro degli Esteri della Germania ritiene che: «l’Europa senza solidarietà non sarebbe stata possibile, ma allo stesso tempo, un eccesso di solidarietà rende l’Europa impossibile».

Non a caso, «un sacco di persone che non erano indipendentiste lo stanno diventando sempre più, lo sono diventati non per via dei sentimenti ma per via dei loro portafogli», gli fa eco Elvira Farre, una segretaria in pensione di Barcellona.

Sebbene la disoccupazione della Catalogna segni quota 700 mila senza lavoro, con dati un po’ inferiori a quelli del resto della  Spagna nel suo complesso ( il 22% invece dell’oltre il 24%), la regione ha subito le conseguenze della crisi del debito spagnolo e molti catalani sono sospettosi di quello che vedono come un tentativo da parte del PP di perseguire la centralizzazione del Paese.

Ovviamente il  governo di Madrid ha mal digerito tale marcia proto-indipendentista, giudicando Mas come un fomentatore di catalani;  «la Catalogna ha deficit gravi e problemi occupazionali e questo non è il momento per fare in giro dispute o polemiche» ha dichiarato il primo ministro spagnolo del  Partito Popolare Mariano Rajoy.

Il governo catalano non può prendere in prestito dai mercati finanziari soldi per pagare le bollette perché, come altre regioni spagnole, il suo debito è stato declassato a junk bond, questo nonostante la Catalogna abbia tra le 17 regioni autonome spagnole per prima iniziato a fare tagli di bilancio ai servizi pubblici fin dal 2010, tagliando sempre più e in profondità, con tagli salariali alla pubblica amministrazione, provocando anche reazioni di piazza negli ultimi mesi.

Dal 1 ° settembre,  il governo centrale ha aumentato l’IVA in tutta la Spagna anche se in un primo momento ciò non avrebbe dovuto colpire i catalani e le entrate extra per le regioni; a questo si è affiancato il problema del ritardo nei pagamenti arretrati mensili ai fornitori di servizi che ha costretto paradossalmente la Catalogna a chiedere miliardi di euro come fondi proprio a Madrid al fine di far rientrare dall’emergenza dovuta anche all’attuale meccanismo spagnolo di redistribuzione fiscale interna.

Il mese scorso Mas ha dovuto cercare un pacchetto di salvataggio da 5 miliardi di euro che Cristobal Montoro, il ministro delle Finanze spagnolo, verserà alla regione solo con un maggiore controllo centrale da parte del suo governo; nonostante i catalani sostengano di poter rifinanziare il proprio debito di 42 miliardi di euro e gestire il proprio deficit di bilancio (3,9% del PIL l’anno scorso), se potessero raccogliere le proprie tasse e mantenere di più i loro ricavi.

Nonostante la sua linea d’austerità, l’attuale presidente catalano è riuscito a deviare la furia dai problemi economici della regione verso il governo centrale, sostenendo che se il sistema fiscale fosse diverso la Catalogna non sarebbe nell’attuale pantano; questo aumenterà la pressione verso Madrid per una maggiore autonomia

«Fa parte di un gioco politico che è in corso da anni. L’unica differenza è che la crisi ha cambiato la posta in gioco» ha commentato Antonio Barroso, analista politico della società di consulenza Eurasia Group.

http://www.lavozlibre.com/userfiles/2a_decada/image/FOTOS%202012/02%20FEBRERO%202012/02%20FEBRERO%202012/rajoy-mas2.jpgMas ha già fatto presente di aver bisogno di altri 5,7 miliardi di euro per pagare il debito in scadenza, ma la possibilità che il governo centrale accetti la sua richiesta di un “patto fiscale” (più autonomia nelle finanze locali sul modello di quello basco) pur chiedendo aiuti economici è assai improbabile. Tale argomento sarà al centro dell’incontro con Rajoy di giovedì 20 settembre, benché quest’ultimo prevedibilmente respingerà il patto.

Pujol a riguardo non si illude sul buon esito dell’incontro Mas-Rajoy (nella foto a sinistra), «sembra che la nostra comprensione del nostro posto all’interno della Spagna sia cambiata».  Egli indica due cause principali: in primo luogo, un sistema fiscale in base al quale la Catalogna, pur avendo un’economia relativamente ricca paragonabile a quella del Portogallo quanto a dimensioni, trasferisce fino al 9% del suo prodotto interno lordo a Madrid ogni anno, in secondo luogo, la decisione presa dalla Corte costituzionale spagnola nel 2010 di abbattere le riforme approvate dai parlamenti catalano e spagnolo.

«Non è una questione puramente di numeri, è l’atteggiamento (spagnolo) dietro», sottolinea Pujol, aggiungendo che «c’è un prima e un dopo il verdetto del tribunale costituzionale», che ha convinto molti catalani, tra cui lui stesso, che la Catalogna non ha più un posto all’interno di una Spagna pluralista.

Se Rajoy boccierà la proposta del “patto fiscale” come è assai probabile che avvenga, visto il successo della Diada, Mas indirà le elezioni anticipate per cercare di vincere la maggioranza assoluta nel parlamento regionale (dove governa attualmente attraverso alleanze con altri partiti).

Tali elezioni seguiranno quelle anticipate chiamate nei Paesi Baschi il mese prossimo, dove la coalizione Bildu separatista spera in una svolta, dopo aver vinto più seggi del principale avversario,  il Partito Nazionalista Basco (PNV) alle elezioni comunali e generali dello scorso anno. La maggior parte degli analisti ritiene che le elezioni anticipate catalane probabilmente avverranno nella primavera 2013 e diventeranno de facto un “referendum” sulla strada verso l’indipendenza.

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10 Responses to “Catalogna, dall’orgoglio indipendentista di piazza al “referendum” nel 2013” Subscribe

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  2. Luporobico 19 Settembre 2012 at 6:29 pm #

    E pensare che l’informazione ha rotto le palle per giorni sulla catalogna che va da mamma spagna a chiedere soldi…crolla un mito e tutte ste storie qui,un avvertimento ai popoli itagliani nelle stessa situazione?come per dire guardate cosa succede?
    Questi come la Scozia tra poco se ne andranno e diventeranno liberi e innescheranno un moto a catena in tutta Europa.

  3. giannarcixo 19 Settembre 2012 at 6:06 pm #

    In un sondaggio scentifico commissionato nel gennaio scorso da INDIPENDENZA VENETA è risultato che il 53,3% dei veneti è favorevole all’indipendenza! Un sondaggio del Corriere del Vento della scorsa settimana incrementava al 84% la percentuale dei Veneti che vogliono l’indipendenza dall’italia.
    Questo per far capire che è solamente un discorso politico e che diviene del tutto evidente quale sia oggi la funzione della lega: mettere il silenziatore agli indipendentisti.
    E’ vero che il discorso identitario aiuta, ma la Serenissima ci ha lascato un’eredità difficile da scardinare anche per il fascistoide stato italiano, infatti la maggioranza dei Veneti vuole l’indipendenza.

    • Nibbio 19 Settembre 2012 at 8:44 pm #

      L’ultimo sondaggio commissionato da Gustavo Dandolo afferma che il 106,7 % dei Veneti vuole l’indipendenza !

      Però i veneti sono corti di memoria e nel cammino dalla casa al seggio elettorale se ne dimenticano !

      Il Servizio Sanitario Nazionale è ben attrezzato per risolvere il tuo problema !

    • piero 20 Settembre 2012 at 6:12 pm #

      si ma se è cosi perchè alle manifestazioni pro-indipendenza di Barcellona ci vanno 2 milioni di persone e a quelle in Veneto ce ne vanno solo 1000?? Perchè l’identità catalana che coltivano da 30 anni è forte, e quella veneta no dal momento che i veneti non sanno nemmeno di essere un popolo e che il loro diaeto è una lingua…
      L’indipendentismo catalano è un indipendentismo PRO identità catalana, pro autonomia, pro lingu acatalana, si basa cioè su concetti forti che rimarranno tali per sempre nei catalani. L’indipendentismo veneto è un indipendentismo CONTRO il sud, le tasse, gli sprechi, etc…tutte cose molto meno forti e molto più variabili e soggette all’influenza dei media. Voglio proprio vedere il 53% dei veneti che va a votare a favore dell’indipendenza se per un anno i media fanno una campagna pro-italia come quella per i 150 anni…

      • Clara 22 Settembre 2012 at 5:19 pm #

        Magari `e per questo che del grande passo storico che stiamo per fare noi catalani senza utilizzare poi la violenza ma il dialogo e la storia come uniche armi non ne ha parlato manche un TG italiano….chissà comemai ????

        In Italia solo 2 giornali ne hanno parlato superficialmente.ed è un fatto storico con pochi precedenti..La Spagna ha sottomesso i catalani per 300 anni per non parlare del genocidio ai tempi del fascismo con Franco…E’ ora di riprenderci la terra.

        Visca Catalunya lliure !!

  4. Piero 19 Settembre 2012 at 12:21 pm #

    Si ma l’elemento FONDAMENTALE dell’autonomismo/indipendentismo catalano è l’identità. Senza quella non si va da nessuna parte, come chiaramente dice il seguente articolo:
    http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/politica/2010/19-agosto-2010/sogno-impossibile-veneto-catalana-1703607496595.shtml
    Se i veneti non sanno di essere un popolo ma credono di essere “italiani” sebbene le motivazioni economiche, mai penseranno di staccarsi dal paese italia. Occorrebbe ricordarglielo,ufficializzare la lingua veneta e insegnare la storia veneta nella scuole. Col 35-40% di voti autonomisti (lega+ altri movimenti) si poteva avviare un processo alla catalana, ma a quanto pare non è questa l’intenzione della Lega, quanto piuttosto la macroregione del Nord (Italia)…

    • Salvo 19 Settembre 2012 at 4:57 pm #

      Sono d’accordo

  5. Alessandro Storti 19 Settembre 2012 at 12:03 pm #

    Vogliamo parlare dei miei concittadini lombardi, caro Giannarcixo?
    Vabeh, dài, lasemm pert…
    In ogni caso, la speranza è l’ultima a morire: hasta la secession, siempre.
    Ciao, Alex

  6. giannarcixo 19 Settembre 2012 at 9:42 am #

    Mi chiedo e vi chiedo perchè per altri popoli diviene facile far di conto mentre per il popolo Veneto sembra impossibile?

    Il Veneto versa all’italia 20 miliardi di € in più rispetto a quello che riceve senza contare che nei soldi imputati a carico dei Veneti ci sono anche 8 miliardi di € contabilizzati quale quota parte degli interessi sul debito pubblico, debito che il Veneto non ha contribuito neanche per un euro a formare.

    I sostenitori della lega e di zaia possono fargli l’eggero l’ottimo articolo di Fusari??
    Possono far pressione perchè il percorso di INDIPENDENZA VENETA trovi parere favorevole in giunta regionale?

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